Un anno di Beatles (Quarta parte)

Author: DanieleBazzani / Date: Wed, 01/05/2011 - 11:50 / Tags: The Best

“But tomorrow may rain so, I’ll follow the sun”.

Beatles For Sale esce a soli cinque (!!!) mesi di distanza da A Hard Days’ Night e dopo meno di due anni dal primo album, Please, Please Me, due anni nei quali era cambiato praticamente tutto. I quattro ragazzi di Liverpool avevano dato uno scossone a tutto ciò che era possibile scuotere, erano in testa alle classifiche di mezzo mondo e avevano già cambiato la storia della musica Pop con una manciata di canzoni che, a metterle insieme oggi, fanno davvero impallidire la maggior parte di coloro i quali si definiscono “compositori”. Avevano allora fra i 21 e i 24 anni di età e partecipavano spavaldi a conferenze stampa durante le quali tenevano testa a schiere di giornalisti di ogni tipo.

Crediamo quindi (e la storia lo ha dimostrato) che una leggera flessione fosse inevitabile. Non si possono reggere quei ritmi, soprattutto se si passa la maggior parte del tempo spostandosi da un concerto all’altro, da posti lontani fra loro a volte un intero oceano. Il tempo per scrivere era ridotto all’osso, i dischi venivano registrati in poche ore, spesso era buona la prima take di un brano, in questo nuovo lavoro successe con più di una canzone.

Nonostante tutto, se continuiamo il gioco iniziato tempo fa e inseriamo in scaletta lo strepitoso singolo che lanciò l’album togliendo un paio di cover, vi invitiamo a definire “scarso” Beatles For Sale.

  1. I Feel Fine (Lennon - McCartney)
  2. No Reply (Lennon - McCartney) 
  3. I'm A Loser (Lennon - McCartney)
  4. Baby's In Black (Lennon - McCartney)
  5. She's A Woman (Lennon - McCartney)
  6. Rock And Roll Music (Berry)
  7. I'll Follow The Sun (Lennon - McCartney)
  8. Medley: Kansas City (Leiber, Stoller)- Hey, Hey, Hey, Hey (Penniman)
  9. Eight Days A Week (Lennon - McCartney)
  10. Words Of Love (Holly)
  11. Every Little Thing (Lennon - McCartney)
  12. I Don't Want To Spoil The Party (Lennon - McCartney)
  13. What You're Doing (Lennon - McCartney)
  14. Everybody's Trying To Be My Baby (Perkins)

Quattordici tracce intrise di Rock'n'Roll con punte di scrittura altissime: da "I Feel Fine" a "I'll Follow The Sun", da "Eight Days A Week" a "She's A Woman", tutto si può dire tranne che manchi la qualità.
Una flessione si avverte, e vorremmo vedere.

Le performance vocali di John e Paul su "Rock and Roll Music" e "Kansas City" sono straordinarie, la scelta delle cover sempre ottima, e "I Feel Fine" ha un piede nel futuro. A memoria, mai nessuno aveva iniziato un brano con il feedback di una chitarra, quando si dice essere avanti! Come nessuno aveva utilizzato una dissolvenza in entrata, anziché in uscita, come accade su “Eight Days A Week”.

Sempre ricordando che parliamo di un disco da molti considerato brutto. E se togliamo ancora un paio di cover restano comunque dodici canzoni, quasi tutte originali, a cinque mesi di distanza da A Hard Day's Night che è ancora oggi un disco fondamentale del ‘900. Pazzesco.

 

 

In esclusiva per Laster

Il disco si presta, inevitabilmente, a una lettura facile e veloce: il riff iniziale di “I Feel Fine” è storia, la composizione stessa è lontana ormai dalle “canzonette” a cui i quattro del primo periodo vengono troppo facilmente associati, il ritornello è puro Pop anche se la matrice del brano è più quella Rock’n’Roll, in una miscela che ci hanno insegnato ad apprezzare già in diverse occasioni.

Anche il retro “She’s A Woman” segue la stessa linea, un Blues che improvvisamente si apre ad accordi tipici di canzoni di altro genere, con McCartney che canta come i grandi del Soul, ma a modo suo, una voce calda e smaliziata da far impazzire, per un ragazzo di appena 22 anni.

“No Reply” nella sua apparente semplicità in Do maggiore offre accordi di sesta su Fa e Sol, con un cambio di tonalità in La maggiore che dura lo spazio di due battute, notevole.

“I’m A Loser” vede un Lennon scintillante alle prese con le sue forme-canzone fra il country e il non si sa cosa, e se ascoltate la parte di basso in walking-bass di Paul sul ritornello c’è da divertirsi. Inoltre il solo di George è in stile con i suoi momenti migliori, un fingerpicking alla Chet Atkins con soluzioni sempre diverse e interessanti.

Stesso stile che ritroviamo in “Words Of Love” di Buddy Holly, perfetta per il chitarrismo di George quando si ispirava al maestro originario di Luttrell, nel Tennessee. Si, proprio quella “Luttrell” suonata da Tommy Emmanuel su Only, ma questa è una storia diversa. Come su tutti gli altri assoli sul disco, George non si ripete mai e evita banalità e luoghi comuni nei suoi brevi interventi.

“Baby’s In Black” è un brano in ¾ scritto da John e Paul come primo pezzo del nuovo album, anche qui la matrice bluesy è molto evidente, come evidente è la bella linea melodica cantata a due voci, l’apertura di accordi su “Oh, how long will it take” fa venire in mente, per armonia e fusione delle voci, quella “You Won’t See Me” che troveremo fra qualche puntata.

 

 

 

La splendida “I’ll Follow The Sun” risaliva addirittura a prima del 1960 e fu rispolverata in questa occasione vista la necessità di brani originali, per fortuna, ci viene da dire!

La dodici corde di George su “Every Little Thing” ha stabilito uno standard sonoro che ritroveremo su molti dischi degli anni sessanta, a partire da quelli degli americani Byrds, oltre ad essere suonato ancora una volta in stile Atkins. Anche in questo caso le progressioni armoniche sono varie ed efficaci, con repentini cambi di tonalità.

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I Pensieri di Winston

di Davide Canazza

A Hard Day's Night era uscito il 10 luglio del '64 e un solo mese dopo, esattamente l'11 luglio, i Beatles erano già in studio a registrare la prima canzone dell'album successivo. In realtà già il 3 giugno era stata incisa una demo di "No Reply", molto probabilmente con George alla batteria, dal momento che Ringo era in ospedale per essere operato di tonsille.

Due parole vanno spese sulle fonti che ci permettono oggi di sapere tutte queste cose. Tralasciando le innumerevoli biografie disponibili sul mercato, spesso inattendibili o inesatte, miranti più a cercare lo scoop giornalistico che la ricostruzione filologica, le fonti più attendibili per una storia musicale del quartetto di Liverpool oggi sono le cronache di Marc Lewisohn (Otto anni ad Abbey Road e La grande storia dei Beatles) e i tre album doppi The Beatles Anthology.

Un ruolo fondamentale è ricoperto anche dalle centinaia di bootlegs delle outtakes delle session ad Abbey Road dal 1962 al 1969. Le outtakes relative alle sessioni di registrazione di Beatles for sale rivelano alcune sorprese e la dicono lunga sul metodo di registrazione adottato dal quartetto: John, Paul, George e Ringo iniziavano a scoprire i benefici delle sovraincisioni.

Le prime tracce, registrate tra agosto e i primi di ottobre li vedevano ancora affrontare il brano tutti assieme, in presa diretta quasi come fosse un live, provando fino a che la canzone non veniva perfetta salvo poi aggiungere eventuali altri strumenti aggiuntivi: per questa ragione avevano preso l'abitudine di registrare tutte le takes di ogni pezzo.

Dal 6 ottobre sperimentarono una nuova tecnica, con "She's A Woman": la canzone veniva registrata partendo dalla base ritmica (batteria, basso e chitarra), senza le voci, e quando la versione definitiva della base veniva raggiunta, allora si potevano aggiungere le chitarre soliste, le voci, altri strumenti.

In esclusiva per Laster

Le foto delle session di Beatles for sale mostrano lo studio 2 di Abbey Road con all'interno tutti gli strumenti utilizzati per l'incisione delle canzoni di questo album. George usa la Gretsch 6119 Tenessean (o Tennesse rose) e la Rickenbacker 360/12, Paul l'immancabile Hofner a violino, John con la Gibson J160 acustica-elettrificata e ben due Rickenbacker 325: la nuova "Miami" e una a 12 corde, sempre nera.

In particolare lo vediamo imbracciare questa nuova 12 corde in uno scatto del 30 settembre. Da un confronto con l'ascolto delle outtakes si deduce che questa chitarra fu utilizzata nella prima versione di "What You're Doing", incisione poi scartata quando la canzone fu rifatta ex novo il 26 ottobre.

L'8 ottobre fu registrata "She's A Woman" seguendo il nuovo metodo di incisione. La prima take vede una chitarra ritmica suonata da John in uno stile che richiama l'accompagnamento di "Memphis Tennessee" di Chuck Berry. Paul è al basso e alla voce guida, Ringo alla batteria. Al sesto tentativo la base ritmica della canzone è pronta, e comprende già la voce definitiva, in seguito vengono aggiunti l'assolo di George e il pianoforte suonato da Paul.

Stesso criterio viene seguito dieci giorni dopo per la registrazione di "I Feel Fine". La prima take è in LA e il feedback iniziale è già presente, il che spiega il fatto che nota di basso iniziale e il feedback della chitarra siano proprio in LA, mentre poi la canzone definitiva sarà in SOL.

Il riff dell'intro è suonato da John con l'acustica amplificata via pick-up (un P90). La prima versione viene cantata dal suo autore mentre la esegue con la chitarra e presenta una difficoltà: la tonalità è troppo alta Viene quindi provata in SOL nella seconda take, sempre cantata per prova.

Le successive 6 incisioni sono invece solo strumentali, con chitarra ritmica acustica (John), chitarra elettrica che esegue il riff di sottofondo (George), basso e batteria: la perfezione viene raggiunta all'ottavo tentativo. In seguito vengono aggiunti l'assolo di George, la voce solista e i cori.

Se in brani più complessi come i due analizzati precedentemente i Beatles devono ricorrere a nuovi metodi, per l'incisione di loro cavalli di battaglia bastano una o due take: "Rock'n'Roll music", "Kansas City" ed "Everybody's Trying To Be My Baby" sono tre "buona la prima", salvo aggiunta di percussioni o tastiere, per "Words Of Love" bastano tre tentativi.

   
   

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“Era soltanto Rock'n'Roll”

di Fabio Maccheroni

Arricchisce questo appuntamento il contributo di Fabio Maccheroni, giornalista e appassionato della musica dei Fab Four.

Spesso sentiamo tirare in ballo Beatles e i Rolling Stones come si trattasse di una rivalità sportiva alla Benvenuti-Mazzinghi o alla Coppi-Bartali. In realtà si è trattato di una rivalità nata sull'emotività del pubblico che poi, naturalmente, ha coinvolto anche l'entourage delle due band più che i protagonisti.

Non a caso i discografici cercavano di non pubblicare i nuovi brani in contemporanea. In questo "faccia a faccia" il pubblico è caduto in un equivoco esaltato dal "No No No" urlato da Jagger in “Satisfaction”.

Facile contrapporlo allo “Yeah Yeah Yeah” dei Fab Four e abbinarci l'abbigliamento di Yves Saint Laurent, le zazzere shampate contro un look sempre più indirizzato nell'anticonformismo. Soprattutto osservando il fenomeno da lontano, con qualche capello bianco in meno di quanti ne servirebbero per aver vissuto la beatlemania, sembrerebbe tutto scontato. Invece: no, no no.

I Beatles sono nati come band rock'n'roll prima degli Stones e sono la vera espressione della classe operaia d'una nazione che stentava a risollevarsi dopo anni di bombardamenti.

Hanno respirato l'America di Chuck Berry e Carl Perkins nei pub di Liverpool presi d'assalto dai marinai e si sono arrampicati sul Monte Gavetta con la fame e la testardaggine che si poteva avere in un momento storico di grande fermento e di grande povertà.

Il loro successo sa di mare, perché oltre a Liverpool, c'è Amburgo.

C'è la leggendaria frase “Guarda come parlano bene l'inglese questi tedeschi”, detta da chi li vedeva nel 61-62, quando tornavano dalla Germania, prima che Brian Epstein riuscisse a ripulirne l'immagine per farli entrare dalla porta di servizio nel sistema.

John Lennon sosteneva che “Purtroppo nessuno ha visto i veri Beatles”. Intendeva dire che quel rock'n'roll dei bei tempi era volato nelle balere, fra pillole per resistere a ore e ore di show isterico, a marinai, esistenzialisti, puttane e semplici ubriaconi che si mescolavano nei locali dei bassifondi amburghesi e poi nel Cavern di Liverpool, il tempio del jazz profanato da quei quattro sacerdoti di quegli anni che sarebbero stati ricordati come i Favolosi Sessanta.

 

 

 

La grande forza dei Beatles è stata di non accontentarsi del rock'n'roll, di sperimentare, di imporre un talento sul quale avevano scommesso la vita. Accanto a questa furia, un colpo di fortuna: George Martin. L'omone della Emi, fu colpito dal talento, affascinato dall'arroganza di un diciannovenne come Harrison che quando gli chiese “C'è qualcosa che non va, ragazzi?” rispose “Sì, la tua cravatta”. Martin ebbe l'umiltà di prestare il suo talento nella produzione, accettando di lavorare dietro le quinte.

Mentre i Beatles esplodevano, gli Stones si esibivano al Marquee di Londra, localino dietro casa. Lì conobbero i Beatles e George Harrison li propose al discografico della Decca che aveva bocciato i Fab Four. Poi Lennon e McCartney, assistendo a una loro registrazione (nel periodo in cui avevano zazzere simili e giacchette da bravi ragazzi anche gli Stones), composero per loro “I Wanna Be Your Man”.

 

 

La leggenda del dualismo è andata avanti fino a Let it be, alla fine del sogno beatlesiano: “Dream is over”, cantò Lennon nel suo primo album di inediti praticamente contemporaneo allo scioglimento dei Beatles. Gli Stones che pure avevano subito un colpo più duro perdendo Brian Jones (sostituito con Mick Taylor poco prima di essere trovato morto nella sua piscina), proseguirono la loro straordinaria leggenda. Con grandi difficoltà: registrando come potevano, passando sopra ai rapporti tesissimi tra Jagger e Richards, trasferendosi in Francia per i problemi col fisco inglese. Facendo questo restarono Stones.

I Beatles no.

Non ne potevano più di non avere una vita, di acquistare i vestiti di notte facendo aprire i negozi, dei fans davanti casa, appostati sugli alberi per osservarli anche al bagno, non ne potevano più di essere “Favolosi”. Mentre usciva Abbey Road, progettato dopo le disastrose session di Let it be (ma l'album non si discute) per lasciare in eredità un'opera degna della loro leggenda, ognuno scriveva canzoni a raffica. Uscirono contemporaneamente quattro album, George Harrison produsse addirittura un triplo eccellente (All Things Must Pass).

 

 

Non era esploso soltanto il gruppo, era esplosa una creatività stretta, frustrata. Il genio continuava a pompare aria nella sfera Beatles rendendo fisiologica l'esplosione. E quel talento ha proseguito a vibrare nell'aria, suonando vecchi hit e nuovi sprazzi di genio, oggi come domani, come per i grandi classici, come Robert Johnson o Mozart.

Nel frattempo ai paragoni con gli Stones ne sono stati aggiunti altri. Tutti figli dei Beatles, legittimi o no. L'introduzione di orchestre nel rock, le opere rock, il sound psichedelico, qualsiasi tipo di sperimentazione che abbiamo visto nei successivi quarant'anni era già presente nella produzione beatlesiana. Una produzione che ha stancato i Beatles dopo meno di otto anni, mentre il mondo ancora li chiede su vinile, su Cd, Dvd, analogici o digitali e qualcuno, che non ha i capelli bianchi, ancora si chiede “Ma è vero che McCartney è morto negli anni sessanta?”.

No, è morto soltanto un sogno.

Daniele Bazzani